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La fallacia di Monte Carlo

Aggiornamento: 11 ott 2025

Il gioco dell’illusione: quando la mente ci inganna

Ti è mai successo di inserire una monetina in una slot machine e, subito dopo, sentirne il bisogno di inserirne un’altra? O di grattare un gratta e vinci, perdere, e convincerti che “stavolta andrà meglio”? Oppure di puntare gli stessi numeri al lotto, raddoppiando la posta, nella speranza di “recuperare” quanto già speso?

Molti lo fanno. E non perché siano irrazionali, ma perché cadono in una trappola mentale tanto affascinante quanto ingannevole: la fallacia dello scommettitore, nota anche come fallacia di Monte Carlo.

L’idea è semplice e pericolosa: credere che un evento casuale dipenda da quelli precedenti. Come se il destino, prima o poi, dovesse “bilanciare i conti”.

Un episodio storico l’ha resa celebre: nel Casinò di Montecarlo, il nero uscì per 26 volte consecutive alla roulette. Centinaia di persone, convinte che “ormai” dovesse uscire il rosso, continuarono a puntarci sopra, perdendo somme enormi. La loro mente non accettava l’idea che la sorte potesse essere, semplicemente, casuale.

Eppure, ogni estrazione, ogni lancio, ogni giocata è un evento indipendente. Non c’è alcuna connessione tra ciò che è accaduto e ciò che accadrà. Ma la nostra mente non ragiona così.

C’è una parte profonda di noi che ha bisogno di trovare schemi, coerenza, equilibrio. È quella stessa parte che ci fa credere che “dopo tante perdite, la vittoria è vicina”. È un’illusione, una scorciatoia cognitiva chiamata euristica della rappresentatività: tendiamo a credere che una piccola sequenza debba “rappresentare” l’intero insieme. Così, se da dieci estrazioni non è mai uscito un numero, ci convinciamo che sia “in ritardo”, che “tocchi a lui”.

Ma c’è di più.Un’altra dinamica, altrettanto potente, alimenta il desiderio di continuare a giocare: il fenomeno della near-miss, la “quasi vincita”.

Hai presente quando sul gratta e vinci compare un numero che “quasi” corrisponde a quello giusto? O quando sulla slot le figure si allineano per poco, e ti manca “solo un simbolo”? In quel momento il cervello si accende. I circuiti della ricompensa si attivano come se avessimo davvero vinto. La dopamina, la molecola del piacere e della motivazione, entra in circolo, facendoci provare una sensazione positiva.

È la stessa via neurochimica che entra in gioco nelle dipendenze. Ci sentiamo “vicini” alla vittoria, appagati a metà, e quella scintilla basta per volerci riprovare.

Così il gioco non è più solo un passatempo: diventa un dialogo distorto tra mente e fortuna, tra speranza e illusione. Il rischio non è soltanto economico, ma emotivo. Perché più il cervello associa la quasi-vittoria al piacere, più si rafforza l’abitudine a ripetere il gesto.

La verità è che la casualità non ha memoria. Ma noi sì — e la usiamo, spesso, per raccontarci storie che ci illudono di poterla controllare.


È per questo che la dipendenza da gioco d'azzardo è stata collocata nell'area delle dipendenze patologiche. Ed allora perché vietare alcuni usi/abusi che generano dipendenza e istituzionalizzarne altri? A questo punto del discorso sembra essere una domanda lecita. Voi cosa pensate in proposito?

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